Sui giornali e in televisione se ne sente spesso parlare: ma cosa e chi sono effettivamente i giganti del web? Si tratta di aziende ad alto contenuto tecnologico con una grande capacità d’innovazione e anche un’inarrestabile crescita del loro fatturato. In base alla loro capitalizzazione azionaria, ossia il valore di mercato dei loro titoli di borsa, le cinque aziende tech più importanti a livello globale risultano essere Apple, Amazon, Alphabet (che controlla la ben più conosciuta Google), Microsoft e Facebook. Soltanto queste cinque aziende insieme presentano un fatturato di quasi 600 miliardi di dollari all’anno e guadagni per circa 90 miliardi di dollari. Sono importi assimilabili, rispettivamente, alla spesa pubblica di una grande economia come l’Italia e a più del doppio doppio di una nostra manovra finanziaria (40 miliardi di euro circa per il 2019).

L’Unione europea è preoccupata dall’espansione senza limiti di queste aziende.  Anche perché questi giganti del web svolgono la propria attività economica in un mercato – quello digitale – in cui i servizi possono essere forniti ai consumatori indipendentemente dalla loro sede geografica. Per le amministrazioni pubbliche diventa così più difficile poter regolamentare e controllare la sfera d’azione di queste imprese. In gioco ci sono questioni importanti, come dimostra la percezione dei cittadini europei. Secondo un’indagine di settembre 2018 sul rapporto tra l’Ue e i giganti del web, il 61% degli intervistati teme che queste aziende possano compromettere il funzionamento della democrazia europea, il 60% ritiene che non preservino la privacy degli utenti, mentre solo il 50% crede che la loro attività contribuisca a preservare un’informazione indipendente.

Dall’UE una difesa reale contro le minacce virtuali

L’immenso potere in mano ai giganti del web espone quindi la società a molteplici rischi. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, per cui Facebook ha permesso ad una società britannica di raccolta e analisi dati di ottenere un’ingente mole di informazioni sui propri utenti, è tornato alla ribalta il tema della privacy. L’Unione europea interviene e coordina gli interventi degli Stati membri per limitare e punire l’utilizzo improprio dei dati personali dei cittadini europei attraverso molteplici normative. Solo per menzionare il risultato più recente, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, più spesso conosciuto come GDPR, introduce regole più chiare su informativa e consenso al trattamento dei dati, definisce i limiti del trattamento, stabilisce criteri rigorosi al trasferimento di dati al di fuori dell’Unione e fissa norme rigorose per i casi di violazione.

Un’alleanza contro la disinformazione e la violenza sul web

Un’altra problematica che si solleva quando si parla dei giganti del web è quella della divulgazione delle fake news: il mondo digitale raccoglie un enorme bacino di utenti che possono essere raggiunti senza filtri e intermediazioni per poi essere utilizzati come cassa di risonanza per la diffusione di notizie false. Per contenere questo preoccupante fenomeno l’Unione europea ha promosso un Codice di condotta sottoscritto da alcune grandi piattaforme digitali per combattere la disinformazione online e per contrastare l’incitamento all’odio. Per la tenuta della democrazia è importante monitorare e contrastare la diffusione di notizie false che possano alterare i risultati elettorali negli Stati membri.

Chi guadagna in Europa, paga in Europa

Un’altra problematica legata è quella della tassazione sulle loro attività: secondo un report di Mediobanca, nel 2016 queste società tassavano ben due terzi dei loro utili nei paradisi fiscali, con un conseguente risparmio di 11 miliardi di euro nello stesso anno. Dato che le imprese digitali possono ricavare profitti in un paese anche senza esservi presenti fisicamente, si comprende che le leggi fiscali internazionali sono inadatte a cogliere la realtà dei nuovi modelli di business digitale e necessitano perciò di essere adeguate. A questo proposito, l’Unione Europea è stata la prima a livello mondiale a mobilitarsi: lo scorso 21 marzo la Commissione Europea ha proposto una tassa sui servizi digitali per eliminare la differenza tra paesi in cui viene creato valore e paesi in cui vengono pagate le tasse. E’ una questione di giustizia e di buon senso: chi si arricchisce con gli utenti europei, deve contribuire al benessere e ai servizi pubblici dei cittadini europei.