Oggi più che mai, la rotta del mar Mediterraneo è la più letale al mondo per i rifugiati ed i migranti. Il rapporto di UNHCR sui viaggi disperati di rifugiati e migranti, indica che nel 2018 ne sono arrivati in Europa 139.300, di cui 116.647 attraverso il Mediterraneo, il numero più basso degli ultimi cinque anni. Nonostante questo drastico calo, 2.275 persone risultano morte o disperse. Un dato allarmante. La riduzione delle capacità di ricerca e soccorso, insieme ad una risposta agli sbarchi non coordinata né prevedibile, ha portato ad un aumento del tasso di mortalità, dal momento che le persone hanno continuato a fuggire dai propri Paesi a causa di conflitti, violazioni di diritti umani, persecuzioni e povertà.

Flussi in diminuzione, ma tasso di mortalità in aumento

Sulla rotta dalla Libia all’Europa, per esempio, il tasso di mortalità è passato da una vittima ogni 38 persone arrivate nel 2017 a uno ogni 14 nel 2018. Nel 2018 la Guardia costiera libica ha incrementato le proprie operazioni col risultato che l’85% delle persone soccorse o intercettate nella zona libica di ricerca e soccorso, di nuova istituzione, sono state fatte risbarcare in Libia, dove sono state detenute in condizioni tremende. Sempre più imbarcazioni hanno tentato quindi di navigare oltre la SAR libica per eludere la Guardia costiera, nella speranza di sbarcare a Malta o in Italia, o almeno di raggiungere le zone SAR di loro competenza. Ma anche in questo caso la situazione è incerta e pericolosa: non ci sono più le ONG, le cui navi ed i membri degli equipaggi hanno subìto crescenti restrizioni alle possibilità di effettuare operazioni di ricerca e soccorso. E anche la Guardia Costiera Italiana sembra aver ridotto il proprio raggio d’azione.

L’UNHCR, peraltro, ha sempre elogiato il lavoro delle navi di ricerca e soccorso delle ONG per il loro ruolo fondamentale nell’evitare che il numero delle vittime risultasse ancora più alto. Nel 2017 le ONG sono state responsabili di oltre il 40% di tutti i salvataggi nel Mediterraneo centrale, nel 2016 quasi del 30%. Oggi chiediamo che venga migliorata la capacità di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo, eliminando anche le restrizioni alle ONG. Allo stesso tempo, sono necessari sforzi ancora maggiori per impedire che rifugiati e migranti intraprendano questi viaggi disperati. Sono necessarie più vie sicure e legali di accesso alle procedure d’asilo in Europa per quanti fuggono da guerre e persecuzioni, in modo che nessuno sia costretto a credere che non esista altra possibilità se non quella di affidarsi a trafficanti senza scrupoli.

Porti chiusi, ma rotte deviate

La Guardia Costiera libica è stata potenziata e le è stato affidato il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso, prima gestito prevalentemente dalla Guardia Costiera Italiana. I governi europei, Italia ma anche Malta e Spagna, hanno ostacolato le ONG nel continuare le operazioni di salvataggio e hanno infine dichiarati chiusi i porti a persone soccorse in mare. Ciò ha drasticamente influenzato il flusso di migranti e rifugiati nel Mediterraneo. La Spagna è nel 2018 il principale punto d’ingresso in Europa con circa 8.000 persone arrivate via terra attraverso le enclave di Ceuta e Melilla e altre 54.800 arrivate via mare lungo la rotta del Mediterraneo occidentale, dove il numero di morti è quasi quadruplicato nel 2018 rispetto all’anno precedente. Anche la rotta orientale fa registrare più arrivi rispetto a quella centrale: 32.500 persone arrivate via mare in Grecia oltre ad un numero quasi tre volte superiore lungo il confine terrestre con la Turchia. In Italia, nel 2018, sono arrivati via mare 23.400 rifugiati e migranti, un numero cinque volte inferiore rispetto all’anno precedente.

Salvare i naufraghi e contrastare il traffico

In troppe occasioni, le persone soccorse nel Mediterraneo, spesso traumatizzate e malate, sono rimaste in mare per giorni prima che venisse concessa l’autorizzazione a sbarcare, a volte solo dopo la promessa di altri Stati di accoglierne la maggior parte. Il “caso Diciotti” è emblematico. Non dimentichiamo che per giorni è stato negato l’approdo ai naufraghi, né che per considerare concluso un salvataggio essi debbano potere scendere a terra, in un Paese sicuro. Quei ragazzi e quelle ragazze ci hanno raccontato di aver subito violenze e trattamenti degradanti in Libia. Alcuni di loro erano stati trattenuti dai trafficanti da oltre un anno, in un magazzino sotterraneo. Sono stati venduti più volte e, durante quel periodo spaventoso, sono nati 16 bambini; tutti morti nel giro di 4-5 mesi.

Nonostante i nostri sforzi per assistere i rifugiati in Libia nonché la messa a punto di un meccanismo di evacuazione d’emergenza verso Paesi che generosamente hanno deciso di accogliere i più vulnerabili, siamo consapevoli che il nostro intervento in un Paese così instabile e ancora scosso da continui combattimenti, è molto limitato.

Il traffico di esseri umani continua a prosperare e migranti e rifugiati vengono lasciati alla mercé di bande violente e senza scrupoli. In questo senso, il salvataggio in mare non può che essere riaffermato come un imperativo assoluto. I naufraghi devono essere salvati, non è questione che possa dipendere da scelte o tattiche politiche e non possiamo continuare ad accettare una gestione caso per caso, nave per nave.

Serve una maggiore condivisione delle responsabilità

A tale situazione non è stata ancora data una soluzione, nonostante i ripetuti appelli lanciati dall’UNHCR e dall’OIM di istituire un meccanismo regionale condiviso e prevedibile per la gestione dei salvataggi e degli sbarchi. L’Italia dal 2013 in avanti ha fatto moltissimo, inaugurando un modello, con Mare Nostrum, di salvataggio e prima accoglienza. Certo a lungo è stata lasciata sola ed ora sembra aver rinunciato ad un ruolo di guida appellandosi, di volta in volta, a  paesi che sono storicamente più vicini come la Spagna, la Francia, la Germania.

Ma l’approccio non può restare frammentato, né il successo di una politica può essere tarato sulla riduzione degli arrivi o il blocco dei porti. La soluzione deve essere a lungo termine, prevedere una cooperazione regionale in grado di dare priorità all’imperativo umanitario e alla dignità delle persone. Gli Stati devono poi agire urgentemente per scardinare le reti dei trafficanti di esseri umani e consegnare alla giustizia i responsabili di tali crimini. 

Le politiche che dovrebbero rappresentare l’Europa

La cosiddetta “crisi dei rifugiati” in Europa è definitivamente conclusa. Dopo quattro anni dal suo inizio, sappiamo che i nuovi arrivi e le richieste d’asilo sono diminuiti drasticamente. Sappiamo anche che l’Italia ha accolto molti rifugiati ma che, in quanto a domande d’asilo ricevute, è stata superata dalla Germania e dalla Svezia.

Chi arriva in Europa ha bisogno di accoglienza e assistenza, in particolare chi ha bisogni specifici, come i minori non accompagnati e separati o chi è sopravvissuto alla violenza sessuale e di genere, e deve continuare ad avere accesso a procedure di asilo eque ed efficienti.

Nel complesso, è necessario un piano d’azione globale che supporti le soluzioni a lungo termine, che definisca una strategia per gestire migrazioni che restano miste, dunque composte sia da migranti che da rifugiati,  e che aiuti ad affrontare le cause profonde, in stretta cooperazione con i paesi di origine e di transito e in linea con il diritto internazionale. Ci auguriamo che la dimensione europea del prossimo futuro sia in grado di fare tesoro dell’esperienza degli ultimi anni e quindi di superare quella che a noi è apparsa piuttosto come una crisi di solidarietà.