Fino ad ora le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo sono sempre state percepite da elettori e commentatori come un insieme di test nazionali, utili più per valutare la tenuta delle forze politiche di maggioranza e il gradimento dei governi nei singoli Paesi che per disegnare l’orizzonte politico dell’Unione europea per i successivi cinque anni. Questi, però, non sono tempi per la gestione dell’ordinario e le elezioni europee 2019 promettono nuovo vigore e forse anche qualche sorpresa. Sarà davvero così?

La democratizzazione delle istituzioni e dei processi decisionali Ue

L’entrata in vigore, nel 2010, del Trattato di Lisbona e del nuovo assetto istituzionale ha rafforzato le prerogative legislative del Parlamento europeo e ha direttamente e indirettamente operato una crescente “politicizzazione” anche delle altre istituzioni dell’Unione europea. Per quanto riguarda la scelta del presidente della Commissione europea, ad esempio, l’indicazione resta in mano ai Capi di Stato e di Governo degli Stati membri, ma il trattato impone che sia tenuto conto dei risultati delle elezioni europee. E il candidato proposto dal Consiglio europeo deve in ogni caso essere eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta.

Gli esperimenti di personalizzazione e la centralità crescente di Bruxelles

Per aiutare gli elettori a identificare le forze politiche al livello europeo, seguendo la tendenza contemporanea della personalizzazione della politica, nel 2014 è stato inoltre avviato un esperimento piuttosto interessante per individuare la leadership della Commissione europea. La procedura è nota come il meccanismo dello Spitzenkandidaten: prima delle elezioni ciascun partito politico europeo comunica il suo candidato alla carica di presidente della Commissione, che pur avendo funzioni ibride, è grossolanamente assimilabile all’organo esecutivo dell’Unione. Dopo le elezioni, il candidato del partito con più parlamentari eletti dovrebbe automaticamente ottenere da parte del Consiglio europeo la formalizzazione dell’incarico di presidente al suo candidato, per poi essere eletto dal Parlamento.

Ovviamente, quello dello Spitzenkandidaten è un meccanismo non vincolante, che si fonda su un gentlemen’s agreement tanto tra i Capi di Governo che tra i gruppi politici europei. Nel 2014 sembrò funzionare perché il partito di maggioranza relativa, il Partito Popolare Europeo, ottenne effettivamente la nomina a presidente del suo Spitzenkandidat Jean-Claude Juncker. A dire il vero, però, il buon esito di questo meccanismo è sempre stato incerto. Per le elezioni 2019, se i popolari e i socialisti hanno confermato di volere ritentare la prassi, designando rispettivamente i tedeschi Manfred Weber e Frans Timmermans, il gruppo dei Liberali e dei Democratici non ha raggiunto un accordo su un’unica figura e neanche i partiti sovranisti sembrano riuscire a fare sintesi. E poiché, non senza alcune buone ragioni, il presidente francese Emmanuel Macron, insieme ad altri Capi di Governo e allo stesso presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno espresso alcune riserve in merito alla procedura, la sua tenuta appare fragile anche sul fronte dei Capi di Governo.

Spitzenkandidaten o no, i dati sui tassi di astensione ci diranno se gli strumenti di democratizzazione introdotti nell’ultimo decennio hanno prodotto i loro effetti riuscendo a coinvolgere davvero la generalità degli elettori europei. Quel che oggi si può già dire è che il dibattito politico ha finalmente cominciato a riconoscere la centralità dell’azione comune europea, anche se spesso proprio soffrendone la mancanza, e ciò in particolare in relazione ad alcune grandi sfide globali come la gestione dei fenomeni migratori, il contrasto ai cambiamenti climatici e anche il governo di un’economia globale che appare sempre più selvaggia e lontana dai principi di giustizia sociale comuni a tutti i popoli europei.

La tentazione diabolica di una campagna simil-referendaria

Un comune sentire sull’importanza dell’Unione europea sarebbe senz’altro una buona notizia, se non fosse che proprio quando aumenta la percezione della centralità delle politiche europee, ha preso forza un discorso politico populista che contesta questa realtà dei fatti e mina la stessa tenuta del processo d’integrazione europea. Per controreazione, le forze politiche progressiste ed europeiste giocano in difesa e finiscono per esaltare un europeismo quasi ideologico e molto poco pragmatico. In questo modo, le elezioni rischiano di trasformarsi in una sorta di referendum sull’Europa, tra europeisti e nazionalisti, tra progressisti e sovranisti; e questa è una scommessa il cui esito, oltre a rappresentare sul lungo termine un serissimo rischio per la tenuta della costruzione europea, non la aiuta certamente ad uscire dalle sue attuali carenze e difficoltà.

L’identità europeista delle grandi famiglie politiche europee, popolari e socialiste in testa, si radica nella giusta convinzione che l’Europa sia uno strumento sempre più necessario per proteggere i diritti, difendere gli interessi e promuovere le opportunità dei cittadini. Tuttavia, se si limitassero a delle rivendicazioni identitarie per contrapporsi ai sovranisti, rischierebbero di ottenere l’effetto opposto a quello sperato, mancando il compito di rassicurare gli elettori individuando un orizzonte politico chiaro e capace di condurre ad azioni concrete.

A dispetto di alcune enfasi mediatiche, stando ai sondaggi non si intravede nessun rischio di sovversione dell’ordine costituito a Bruxelles. Il guadagno di consenso dei partiti euroscettici si dovrebbe attestare complessivamente attorno appena al 3 per cento. E la crescita sarebbe sostanzialmente riferita quasi esclusivamente al risultato italiano, con molti seggi in più per la Lega e per il M5S, e a una piccola crescita del Rassemblement National di Marine Le Pen. Ciò che invece pesa, o rischia di pesare, è proprio la perdita di consenso alle due più grandi famiglie politiche europee. Sconvolte da alcune cocenti delusioni elettorali nazionali e affette da quella che alcuni definirebbero la “sindrome di Hugh Grant”, non stanno bene da nessuna parte e in nessuna situazione, non si sbilanciano e sfuggono alle responsabilità.  Il rischio è dunque che la tradizionale alleanza tra socialisti e popolari sia sempre meno sufficiente a controllare la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento europeo e che i futuri equilibri debbano formalmente e stabilmente includere altri gruppi, come i Liberali e Democratici e i Verdi, o eventualmente nuovi gruppi liberali che potrebbero nascere su impulso della delegazione di Emmanuel Macron. Non si vuole sottostimare l’apporto positivo che possono offrire tutti i gruppi parlamentari europei. Un’eccessiva parcellizzazione del consenso politico e del potere, tuttavia, potrebbe finire per confondere ulteriormente gli equilibri a Bruxelles e influire negativamente sulla capacità dell’Unione europea di darsi un indirizzo politico chiaro e determinato, nonché una capacità d’azione e d’intervento degna delle sfide che ci troviamo davanti.

Quando il futuro chiama, la politica risponde?

Quello di cui l’Europa ha oggi più che mai bisogno, sono ricette politiche, ma basterebbe dire “più politica”, sui temi ambientali, economici, sociali, migratori, securitari, finanziari e anche istituzionali. Ricette di cui, invece, in questa lunghissima campagna elettorale cominciata forse fin troppo presto ed entrata ormai nella fase più viva, si è sentito parlare troppo poco, contribuendo così a confondere l’elettorato circa la reale tangibilità dell’operato delle istituzioni Ue. Alcuni partiti stanno cercando di porvi tardivamente rimedio, con idee e proposte coerenti e interessanti. L’auspicio è che esse possano ora essere poste davvero al centro del dibattito, alzando lo sguardo oltre i confini degli Stati membri e oltre certe promesse elettorali che hanno gambe e vista molto corte. Se il futuro chiama, è compito della politica rispondere.