Fabio Colasanti
Si apre una settimana nella quale si continua a discutere in vari paesi europei e a Bruxelles del destino di 49 profughi che da due settimane sono a bordo di due navi in mare aperto. Provo a ricollocare nel suo contesto questa discussione partendo da quattro osservazioni preliminari.
La prima riguarda la possibilità/opportunità di separare “donne e bambini” dal resto dei profughi qualora si tratti di famiglie. È talmente ovvio che è impossibile dividere nuclei familiari se non in situazioni di estrema emergenza – affondamento di una nave e priorità nel salvataggio a bambini e donne – che c’è poco da aggiungere.
La seconda riguarda la “chiusura dei porti”. Sommando i casi Aquarius, nave Diciotti, il caso precedente Sea Watch e il caso attuale si arriva a qualche centinaio di profughi. Da giugno 2018 sono sbarcate in Italia circa diecimila persone (per l’esattezza 9 940 secondo i dati del Ministero degli interni). I nostri porti non sono chiusi, non possono esserlo.
La terza riguarda il numero degli sbarchi di persone che attraversano il Mediterraneo. Secondo il dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, gli arrivi nel 2018 sono stati di 56 480 persone in Spagna, 31 310 in Grecia, 23 126 in Italia (23 370 secondo il nostro Ministero degli interni), 1 194 a Malta e 1 035 a Cipro. In percentuale della popolazione dei vari paesi questo dà le cifre seguenti: Grecia: 0.292 per cento; Malta 0.249; Spagna 0.121; Cipro 0.120 e Italia 0.038. Difficile affermare che l’Italia da questo punto di vista sia chiamata a far fronte ad un peso sproporzionato rispetto a quello sostenuto dagli altri paesi del Mediterraneo.
La quarta riguarda una cosa ancora più importante. I media sono concentrati sulle persone che arrivano sui barconi o, qualche anno fa, sulle persone che arrivavano a piedi attraverso i Balcani. Ma il grosso di chi fa domanda di “protezione” – che siano persone con il diritto all’asilo o migranti economici – arriva in Europa con un visto turistico in automobile o in treno attraverso le frontiere terrestri o in aereo. Questo spiega come il numero di domande di “protezione internazionale” presentate in Italia sia molto più alto del numero degli “sbarchi” recensiti dal Viminale e come in Francia, Germania e altri paesi nord-europei il numero delle domande di “protezione” sia molto più alto che da noi.
Dall’inizio dell’anno fino alla fine di settembre il numero delle domande di “protezione internazionale” presentato nei principali paesi europei (fonte Eurostat) è di 143 675 in Germania, 85 230 in Francia, 47 390 in Grecia, 43 830 in Italia, 38 495 in Spagna, 26 825 nel Regno Unito, 17 295 in Olanda, 16 750 in Belgio, 16 005 in Svezia, 10 400 in Austria, 5 015 a Cipro, 3 130 in Finlandia e 3 090 in Polonia.
Nella classifica del numero di domande ricevute nei primi nove mesi dell’anno espresso in percentuale della popolazione l’Italia è al sedicesimo posto: 15 paesi hanno ricevuto più domande di noi in percentuale della loro popolazione. Tutti questi dati sono contenuti nelle note di informazione che ogni ministro europeo riceve dai propri servizi.
Il problema della pressione migratoria sui nostri paesi è un problema molto grosso e di difficilissima soluzione. In Africa, specialmente in quella subsahariana, ci sono decine di milioni di persone che vorrebbero venire da noi e che, come vediamo, sono disposte a correre il rischio di perdere la vita per riuscirci. L’organizzazione internazionale delle migrazioni stima in circa 2 240 il numero di persone morte durante la traversata del Mediterraneo nel 2018, una cifra più bassa delle più di 3 100 perdite di vite umane stimate per il 2017. Non ci sono stime per il numero di persone che muoiono attraversando il deserto. Molti azzardano però l’ipotesi che questo possa essere ancora più alto di quello delle morti in mare.
La crescita economica non risolverà il problema per decenni. I ministri dell’economia dei paesi europei hanno chiesto ad un centro studi (Bruegel) di fare un’analisi degli studi disponibili sui legami tra sviluppo economico e emigrazione. I risultati del lavoro di Bruegel sono stati presentati ai ministri nel corso di una riunione informale che si è tenuta a Malta l’8 aprile 2017.
Gli esperti di Bruegel hanno affermato che bisogna sicuramente aiutare di più l’Africa sub-sahariana (e hanno anche proposto cinque maniere per rendere questo aiuto più efficace). Ma hanno indicato chiaramente che non è pensabile che uno sviluppo economico più rapido porti ad una riduzione dei flussi migratori prima del 2030/2040, nel migliore dei casi. Chi cerca di venire in Europa non sono le persone che sono alla fame, sono le persone che vivono in maniera grama nelle città e che riescono comunque a mettere assieme le migliaia di dollari/euro che costa il viaggio. Uno sviluppo economico più rapido inizialmente non farà altro che far aumentare il numero delle persone che vogliono andar via.
Perché il livello di sviluppo economico cominci a ridurre la pressione migratoria bisogna arrivare a livelli di PIL pro-capite simili a quelli di Algeria, Marocco e Tunisia (e anche da questi paesi in molti vogliono andar via). Ma ci vorranno vari decenni perché i paesi dell’Africa subsahariana arrivino ai livelli di reddito dei tre paesi citati.
Non dimentichiamo che la globalizzazione ha finalmente raggiunto anche l’Africa subsahariana che nel corso degli ultimi venti anni ha avuto, secondo il FMI, un tasso di crescita reale annuo medio del 4.8 per cento. Non si tratta di poco. Dobbiamo certo aiutare ancora di più questi paesi, ma non possiamo illuderci che questo riduca la pressione migratoria nei prossimi decenni. Finora lo sviluppo economico di questa regione ha soprattutto incoraggiato un’esplosione demografica.
Dobbiamo legare ancora di più il nostro aiuto alla disponibilità di questi paesi (oggi molto bassa) ad accettare il ritorno dei migranti economici ai quali non è possibile concedere un permesso di soggiorno. Questo è un punto messo in risalto dal Global Compact on Migration delle Nazioni Unite (obiettivo numero 21) che il nostro governo purtroppo non ha voluto firmare. Ma soprattutto è necessario sviluppare migliori rapporti diplomatici con i paesi di origine. Dichiarare che questi ci esportano galeotti, come fatto dal nostro ministro degli interni a giugno, non aiuta certo.
E dobbiamo renderci conto – cosa molto difficile da capire anche per i nostri media – che l’immigrazione non è una competenza comunitaria; non è uno dei campi dove i paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di condividere la loro sovranità.