C’è in Italia uno strano dibattito intorno alla firma del Trattato di Aquisgrana da parte di Macron e Merkel. Se da almeno cinque secoli non ci fosse al centro dell’Europa la “questione tedesca”, non ci sarebbe bisogno d’integrazione europea. Se non ci fosse l’Unione Europea, la questione tedesca sarebbe impossibile da risolvere. Infine, se non ci fosse la riconciliazione franco-tedesca, due paesi che si erano dilaniati tre volte in meno di un secolo, l’Unione Europea non potrebbe esistere e svilupparsi.

La riconciliazione Franco-tedesca

Il genio di Jean Monnet fu di costruire il suo progetto attorno a quei presupposti. L’altro pilastro fu l’Alleanza Atlantica che assicurò la sicurezza dell’Europa evitando allo stesso tempo un riarmo unilaterale della Germania. De Gaulle introdusse un terzo elemento. Avendo deciso che la riconciliazione con la Germania doveva essere la missione della Francia post-coloniale, capì che essa non sarebbe arrivata da sola ma avrebbe richiesto un enorme sforzo di volontà. Il Trattato dell’Eliseo, firmato con Adenauer nel 1963, aveva due funzioni. Da un lato doveva fornire allo sforzo di riconciliazione il quadro perché si avvicinassero non solo le istituzioni, ma anche i popoli; in primo luogo attraverso gli scambi di giovani. Dall’altro, avendo il generale deciso di rivendicare autonomia dall’America e di rifiutare il carattere sovranazionale della CEE, il trattato doveva essere lo strumento per cooptare la Germania nel suo disegno di “Europa delle nazioni” indipendentemente dagli USA. Questa seconda funzione fallì completamente, ma la prima ebbe un grande successo. Non solo i due paesi sono l’uno per l’altro i principali partner economici, ma lo sono anche nei sondaggi in cui si chiede ai cittadini quale è il paese a cui si sentono più affini.

Il cuore dell’integrazione: uniti nella diversità

Da allora il rapporto franco-tedesco è al cuore dell’integrazione europea. Perché sono i due paesi più importanti? Certo, ma non è la sola ragione. I due paesi sono amici, ma non vicini. Le cose che li dividono sono numerose. La Germania crede nelle regole, la Francia nel primato della politica. La Germania è diventata pacifista, la Francia è una potenza nucleare che crede ancora di avere una missione internazionale. La Francia è dirigista e un po’ protezionista, la Germania è liberale. Capovolgendo un rapporto che era durato per tutto il XIX e parte del XX secolo, la Germania ha sposato il rigore dei conti pubblici, mentre la Francia ha difficoltà a tenerli in ordine. Ciò vuol dire che quando il volontarismo bilaterale produce convergenza, tutto diventa più facile anche per gli altri membri dell’UE. I due non sono importanti perché sono simili, ma perché sono diversi. Va ricordato che l’avventura della CECA cominciò con un appello francese preventivamente concordato con la Germania, ma aperto agli altri. Non sempre il processo ha successo e i loro disaccordi bloccano gli sviluppi. C’è evidentemente il pericolo che il loro rapporto discrimini gli altri. È successo raramente e quando hanno provato (soprattutto la Francia), è fallito. Sarkozy propose di formalizzare un direttorio che non ebbe alcun seguito. Che tutto ciò non sia capito in Gran Bretagna è già grave e ne stanno pagando le conseguenze. Che non lo si capisca in Italia, è inammissibile.

Le difficoltà di oggi

L’Unione attuale attraversa grandi difficoltà e l’intesa franco-tedesca stenta a materializzarsi. È l’assenza di accordo fra i due e non la loro vicinanza che favorisce la frammentazione. È così che il trattato di Aquisgrana deve essere valutato. Rispetto al trattato dell’Eliseo, esso non aggiunge grandi novità, tranne un forte accento sulla collaborazione in materia di difesa. Ciò si spiega da un lato con le difficoltà a trovare un consenso sulle questioni economiche, dall’altro con la sensazione d’isolamento che provano molti europei di fronte all’unilateralismo americano e la nuova aggressività russa. Avrà seguito? Difficile dirlo. Nel 1950 la Francia fece alla Germania la proposta generosa di farla entrare in condizioni di parità nel consesso delle nazioni democratiche. Oggi il rapporto non è più lo stesso. Spetta alla Germania uscire dall’immobilismo sull’economia, ma spetta di nuovo alla Francia dimostrare che il suo accento sulla difesa sia qualcosa di più che il desiderio di farsi pagare dagli alleati parte delle proprie spese militari. Allora la Francia accettò anche di attenuare il suo dirigismo. Oggi la Germania deve riconsiderare il suo pacifismo.

E l’Italia…

Alla luce di quanto precede, le paure italiane di fronte al trattato non hanno senso. Basta ricordare che da mesi giace nei cassetti un “trattato italo-francese del Quirinale” che è stato stranamente abbandonato. L’altra considerazione è che l’Europa attuale, nella sua pericolosa frammentazione, ha bisogno di unità, ma anche di superare la paralisi del consenso difficile. C’è una contraddizione nel sovranismo. Chi rivendica autonomia in nome della sovranità, non può poi protestare perché altri paesi, ugualmente sovrani, decidono di proseguire da soli. Demonizzare le velocità multiple non serve a nulla perché sono, almeno in questa fase di transizione, inevitabili.  Ciò che conta è essere nella velocità giusta. Quanto alla discriminazione di cui saremmo tradizionalmente vittime, oggi delle cinque cariche apicali dell’UE tre sono occupate da italiani.