Formalmente le linee-guida storiche della politica estera italiana non hanno subito cambiamenti rispetto agli anni passati. Questo vale in particolare per le due principali, l’Alleanza atlantica e l’integrazione europea. Durante la campagna elettorale che precedette il voto del 4 marzo, l’idea di riconsiderarle fu avanzata, soprattutto per quanto riguardava la seconda, moneta comune compresa, che avrebbe dovuto fare oggetto di valutazione popolare mediante referendum. Essendo divenuto presto evidente che anche solo come mera ipotesi ciò costituiva un fattore di incertezza nocivo per la stabilità finanziaria e in generale per lo standing internazionale del paese, il governo, una volta formato sotto sorveglianza del Capo dello Stato, ha poi dovuto ripetutamente affermare la determinazione di restare nell’Unione e nell’Euro.

Tuttavia, i parametri a cui occorre attenersi nella conduzione della politica economica e le insoddisfazioni per la mancata solidarietà in materia di accoglimenti di immigrati hanno continuato ad alimentare tendenze a relazioni internazionali alternative, tradottesi in ripetuti contatti con l’estero di esponenti del governo o della maggioranza, a volte pubblici a volte riservati. La loro varietà non sembra rispondere a una logica complessiva di interesse nazionale e li colloca al momento sostanzialmente fuori dalla politica estera ufficiale, peraltro priva di un esponente di spicco.

Due protagonisti primari dell’attuale scena mondiale sono oggetto di particolare attenzione: il Presidente degli Stati Uniti e il Presidente della Repubblica di Russia.

I rapporti con gli Stati Uniti

Con Donald Trump e il suo mutevole circolo di collaboratori le simpatie sono state affermate con frequenza. Non che la cosa sia del tutto nuova. In momenti di rapporti difficili con la Comunità e poi con l’Unione un “partito americano” è emerso più di una volta. Quello che non era successo prima era che l’inquilino della Casa Bianca fosse schierato contro l’integrazione europea. Ma era proprio l’atteggiamento verso Bruxelles il motivo principale all’origine delle simpatie. Alle luce delle quali si sono ventilate ipotesi che Washington venisse in aiuto al nostro difficile quadro finanziario.

Non solo tali ipotesi sono rimaste tali. In più c’è che Trump esige che gli alleati della NATO contribuiscano alla difesa comune con almeno il 2% dei rispettivi PIL nazionali (quasi il doppio del contributo italiano), mette in questione gli accordi con Mosca sui missili a portata intermedia (dunque puntati sull’Europa), annuncia il ritiro dalla convenzione di Parigi sul riscaldamento globale, vuole ribilanciare il commercio transatlantico a favore degli USA e impone l’embargo economico contro l’Iran (mettendo a rischio l’accordo sull’alt al nucleare sospetto), tutte cose non rispondenti alle preferenze o alle capacità dell’Italia.

I rapporti con la Russia

Neanche le prossimità con Vladimir Putin sono una novità. Notoriamente Silvio Berlusconi intratteneva con lui rapporti di amicizia e di affari, piacevolmente sviluppati in dacie russe e ville sarde. Ma in termini di politica estera questi miravano, almeno formalmente, a includere il leader russo in un contesto multilaterale di impronta occidentale, come la dichiarazione di Pratica di Mare a suo tempo testimoniò.  Ora, di nuovo, quel che è cambiato è l’atteggiamento di Mosca verso l’Europa, della quale si cerca apertamente la disgregazione. I sostegni aperti o nascosti alle forze politiche sovraniste, quelle italiane comprese, ne sono stati il segno. E questo, a differenza delle alzate d’ingegno di “the Donald”, risponde a una precisa strategia geopolitica, che si sviluppa dai confini con i paesi baltici, a quelli con l’Ucraina già scippata della Crimea, fino alla Siria.

È difficile collocare un nostro rapporto privilegiato con la Russia di Putin, magari condito anch’esso con prestiti che allevino un po’ della nostra angoscia da spread, in un interesse nazionale compatibile con questa strategia (che tra l’altro comprende lo sviluppo di missili che – tecnicamente – possono colpire l’Italia). Non che questo problema di compatibilità sia necessariamente in contraddizione con la posizione italiana di cercare rapporti cooperativi con Mosca, con cui ci legano reciproci interessi – quelli dello scambio energetico in primo luogo. Tuttavia, in tale ricerca bisogna sempre aver presente che l’auspicabile cooperazione a somma positiva è in competizione con la geopolitica a somma zero e se cresce l’una diminuisce l’altra.

Spazi di manovra difficilmente compatibili

Il che porta a un’ultima considerazione. All’inizio, lo sviluppo parallelo di nostri rapporti privilegiati con i due “grandi” appariva coerente con le prossimità personali fra i due leader rispettivi – prossimità tali per cui è notoriamente girata voce che quello russo si fosse adoperato a favorire l’elezione di quello americano. Il fatto che la voce in questione sia diventata lo spettro che da due anni si aggira nei palazzi della capitale USA è solo parte del problema principale, che è la coesistenza sempre meno facile fra le posizioni complessive di Washington (Amministrazione e Congresso) e le ambizioni di Putin in materia di revisione dell’ordine internazionale, europeo in primo luogo. Per cui gli spazi di manovra bilaterale per terzi, Italia compresa, nei due scacchieri sono diventati più difficilmente compatibili, se gestiti in autonomia dai contesti primari – multilaterali – della nostra politica estera tradizionale: l’Unione europea e l’Alleanza atlantica.