Negli ultimi 20 anni, abbiamo assistito alla nascita e al boom di un nuovo modello di sviluppo economico, che Nick Srnicek, economista canadese, definisce il “capitalismo delle piattaforme”. La maggior parte delle società più ricche del mondo di oggi – da Google a Facebook, passando per Apple, Microsoft, Amazon e molte altre – operano come piattaforme, fornendo l’infrastruttura digitale sulla quale altri utenti possono interagire. Amazon fornisce una piattaforma grazie alla quale venditori e acquirenti possono concludere transazioni; Facebook facilita scambi tra utenti, fornendo agli inserzionisti accesso a una vasta platea di potenziali compratori; anche Apple o Microsoft, pur producendo prodotti fisici, hanno al proprio centro l’interazione tra acquirente e venditore, come nel caso dell’AppStore.

La tendenza monopolistica delle piattaforme

Secondo Srnicek, il modello economico del capitalismo delle piattaforme ha due fondamentali caratteristiche: la centralità dei dati e il cosiddetto “effetto network”. Un uso efficace di un’ingente mole di dati è cruciale per vendere pubblicità, far risaltare determinati prodotti, migliorare gli algoritmi alla base della piattaforma. Chiaramente, più sono i dati che riesce a raccogliere, più l’azienda sarà in grado di migliorare i propri servizi e attrarre ancora più utenti, accedendo ad un numero di informazioni ancora maggiore. Oltretutto, per l’utente stesso una piattaforma è tanto più utile quanto maggiori sono il numero di interazioni a cui questi può avere accesso – l’effetto network. Ebay senza un numero adeguato di venditori e di acquirenti non sarebbe attrattivo, così come Uber senza conducenti e passeggeri. Dunque, più sono le interazioni che una piattaforma garantisce, più attrarrà un numero crescente di utilizzatori.

Appare quindi evidente come, in questo modello di sviluppo economico, sia insita la tendenza a un controllo del mercato di natura monopolistica: chi riesce per primo ad occupare una fetta di mercato avrà sia un accesso privilegiato alla raccolta e analisi dei dati, sia sarà in grado di beneficiare dell’effetto network e accrescere il numero di propri utenti in maniera sempre più efficace. Vista tale tendenza, riconosciuta anche dal co-fondatore di Facebook, Chris Hughes, che ha recentemente suggerito di smembrare la piattaforma di Zuckerberg perché eccessivamente potente, è quindi cruciale interrogarsi sulla necessità o meno di intervenire per prevenire o rimediare a tali squilibri di mercato.

L’Unione europea, a differenza degli Stati Uniti, ha scelto di intervenire in maniera decisa. Lo ha fatto attraverso la propria autorità di antitrust, diretta negli ultimi 5 anni dalla Commissaria Margrethe Vestager, multando tra gli altri Google, Apple, Microsoft e Amazon.

E lo ha fatto attraverso una serie di iniziative legislative nel quadro della strategia per un mercato unico digitale. Ad esempio, due nuovi regolamenti promulgati negli ultimi anni mirano a contenere il controllo delle piattaforme sui dati degli utenti: il Regolamento sulla protezione dei dati (GDPR) assegna maggior controllo a utenti sui propri dati personali; al contempo, il regolamento sulla libera circolazione dei dati non-personali cerca di favorire la concorrenza tra piccole e grandi piattaforme, stimolando la circolazione di dati non-personali, che possano consentire la rapida crescita di startup e piccole imprese.

Un filo d’arianna nella giungla del web

Ma l’attivismo dell’Unione europea non si limita ai dati: diverse iniziative mirano a responsabilizzare i giganti del web per i contenuti da loro ospitati. Si ricordano, per esempio, il regolamento contro la diffusione di contenuti terroristici, che impone alle piattaforme rigidi tempi per procedere alla rimozione di contenuti che incitano all’estremismo; e la controversa direttiva sul copyright, approvata di recente, che costringe le piattaforme a garantire che i contenuti ospitati non violino il diritto d’autore.

Una terza area di intervento, volta a stimolare direttamente la concorrenza, è quella relativa ai rapporti tra piattaforme e utenti commerciali: il regolamento P2B stabilisce regole più chiare sui rapporti che intercorrono tra piattaforme e business; in sede di accordo interistituzionale, il Parlamento ha dovuto abbandonare la propria proposta sulla possibilità che gli utenti commerciali potessero cambiare piattaforma portando con sé la propria reputazione online (vale a dire recensioni, giudizi, valutazioni accumulate), misura che avrebbe favorito soprattutto le piattaforme più piccole in cerca di clienti (va da sé che abbandonare una piattaforma su cui si è costruito un’ottima reputazione, ripartendo da zero, rappresenta una barriera all’uscita importante). Il diritto alla portabilità dei dati personali, però, è già contenuto all’interno del già citato GDPR, ed è quindi probabile che presto venga esteso alla reputazione online degli utenti commerciali.

L’UE, dunque, è intervenuta con forza per regolamentare la sfera digitale e lo ha fatto in numerosi casi con grande successo. Il regolamento sulla protezione dei dati è oggi ritenuto lo standard di data protection da Facebook, Google e similari, e imitato da altri governi in giro per il mondo. Su altri temi, invece, come la controversa riforma del copyright, il giudizio è sospeso, in attesa di capire come i governi europei recepiranno la direttiva.

Certo è che, data la tendenza monopolistica insita nel modello del “capitalismo delle piattaforme”, vi sia la necessità di legiferare a livello europeo, stabilendo regole chiare e checks and balances efficaci, per evitare che pochi giganti del web possano controllare sfere di mercato sempre più ampie. A beneficiarne, in ultima analisi, non sono solo gli utenti commerciali e la concorrenza, ma anche e soprattutto i consumatori, che godono di maggior protezione per le proprie informazioni sensibili, maggiori diritti, nonché di prezzi più bassi e maggiore scelta.