Quando si parla di migrazione le immagini collettive richiamano barconi alla deriva nel Mediterraneo, le migliaia di siriani in marcia dalla Turchia. Ma in realtà la grande parte delle dinamiche migratorie riguardano persone che si spostano legalmente per raggiungere le rispettive famiglie o per venire a lavorare o a studiare in Europa. Nel 2017 ad esempio oltre 3 milioni di cittadini di paesi terzi hanno ottenuto un permesso di soggiorno in un paese Europeo: mezzo milione in Germania, 250.000 in Francia e Spagna e poco meno di 200.000 in Italia. In termini di nazionalità i permessi hanno riguardato oltre 650.000 Ucraini, 223.000 Siriani, 192.000 Cinesi, 163.000 Indiani e 147.000 cittadini degli Stati Uniti.

Un fenomeno ampio, associato alla globalizzazione, che negli ultimi decenni ha determinato un costante aumento a livello globale del numero di persone residenti in paesi diversi da quello d’origine. Un fenomeno al contempo largamente positivo che consente lo scambio di esperienze e contribuisce alla crescita collettiva a livello nazionale ed Europeo.

Ma quale ruolo gioca l’Unione nella gestione dei flussi di migrazione legale?

Da anni ormai è andato sviluppandosi a livello continentale un significativo corpus giuridico di norme relative alle principali categorie di migranti legali che raggiungono l’Europa. Le Direttive principali in questo settore sono la cosiddetta Blue Card, dedicata agli altamente qualificati, quella per i lavoratori delle imprese multinazionali, la direttiva che si applica ai migranti stagionali e quella per Studenti e Ricercatori. A queste si aggiungono tre direttive orizzontali, ovvero non legate a categorie specifiche: quella relativa alle riunificazioni familiari, che consente ai migranti regolarmente residenti di essere raggiunti dai familiari più stretti, la direttiva per i lungo residenti, che fornisce diritti più avanzati per chi si trova in Europa da più tempo e infine la direttiva ‘single permit che definisce un quadro minimo di diritti per i migranti regolarmente presenti.

A complemento di queste direttive ‘positive’ è stato poi adottato a livello comunitario un set di regole condivise per sanzionare coloro i quali impiegano immigrati irregolarmente presenti, ad esempio nel caso del caporalato. È infatti il lavoro nero uno dei maggiori fattori che determina i flussi migratori irregolari e allo stesso tempo una delle principali preoccupazioni dei cittadini quando si affronta il tema delle migrazioni dato che ad esso spesso si associano rischi di delinquenza e dumping salariale.  

Per fornire informazioni corrette ai migranti potenziali e cercare di evitare che questi si affidino ai trafficanti la Commissione ha anche attivato dal 2011 lo ‘EU migration portal’, un portale dedicato.

Gli Stati membri decidono chi e quante persone ammettere

Anche se a prima vista potrebbe sembrare che l’Unione svolga un ruolo decisivo nel settore della migrazione legale, il cuore delle decisioni in questo settore restano gli Stati membri. Le direttive infatti si limitano a determinare alcuni elementi comuni in termini di documentazione e criteri richiesti per l’accesso all’Unione Europea e forniscono alcuni diritti ad esempio in materia di libera circolazione, ma la decisione finale su chi e quante persone ammettere resta una decisione esclusivamente nazionale. Il Trattato di Lisbona prevede infatti all’Articolo 79.5 che i volumi di ammissione: ovvero le quote di ‘migranti economici’ da far entrare dall’estero come residenti sia una responsabilità esclusiva degli Stati. Non è quindi l’Europa a decidere se nel 2019 debbano essere ammessi 200.000 ingeneri ucraini o 50.000 studenti americani, sono gli Stati membri a prendere queste decisioni individualmente spesso senza alcun coordinamento.

Ostacoli allo sviluppo di una reale politica comune di migrazione

Sebbene questa ‘suddivisione dei compiti’ consenta chiaramente di preservare un elemento fondante della sovranità nazionale (chi ammettere sul proprio territorio) allo stesso tempo limita fortemente la possibilità dello sviluppo di una reale politica comune in materia di migrazione. Le ‘quote’ o ‘volumi di ammissione’ infatti costituiscono una delle leve fondamentali della gestione delle migrazioni, e il loro mancato coordinamento determina un effetto importante sia sul bilanciamento del mercato del lavoro comunitario sia in termini di relazioni con i paesi terzi che spesso negoziano bilateralmente con ciascun paese senza un quadro comune riducendo corrispondentemente il peso negoziale dell’Unione. Ad esempio una delle tipiche contropartite degli accordi di riammissione sono i canali di migrazione legale, un settore in cui l’Europa non può parlare a nome e per conto dei suoi stati membri come ad esempio avviene nella politica commerciale.