Anche a chi non conosce i particolari del caso, le notizie fornite dai media sul faro acceso dalla Commissione UE rispetto all’operazione Fincantieri—Chantiers de France suggeriscono una riflessione di carattere generale.

In una visione dinamica ed altresì adeguata alla realtà contemporanea di una competizione sempre più di raggio e di portata globale, la valutazione, di diritto positivo, circa la creazione, per via di concentrazioni, di una posizione dominante pericolosa per la concorrenza europea (una ‘superdominance’, direbbe Richard Wish) dovrebbe considerare anche gli effetti sul mercato europeo del concretizzarsi della concorrenza potenziale di grandi campioni internazionali extraeuropei, come possibili new entrants anche in detto mercato.

Al proposito, ovviamente, si dovrà, fra le altre circostanze del caso, valutare l’esistenza di eventuali barriere all’ingresso in Europa. Barriere amministrative, in particolare, legate ad esempio ad una regolazione restrittiva per ragioni strategiche – militari o non. Ed anche, naturalmente, ad eventuali barriere economiche: sul cui effettivo rilievo sarei peraltro cauto quando si tratti di supergiganti globali, con colossali ‘deep pockets’.

L’equilibrio tra regole della concorrenza e obiettivi di politica industriale

Si tratta di una prospettiva che da tempo vede la Commissione europa scontrarsi con il dilemma se applicare la normativa sulla concorrenza europea in modo ‘letterale’ (ma littera occidit, ammonisce San Paolo) oppure lasciar spazio a interpretazioni che favoriscano anche il perseguimento di obiettivi di politica industriale – fra i quali, preminente, quello di sostenere le imprese europee. E la storia segnala come la Commissione sia quasi sempre riuscita a trovare la giusta combinazione fra obiettivi di politica della concorrenza e di politica industriale: combinazione che spesso ha consentito la creazione di grandi imprese europee.

Ed invero, uno studio della London School of Economics, analizzando le decisioni adottate dalla Commissione sulle operazioni di concentrazione tra il 1990 e il 2009, ricorda che la stessa ha autorizzato quasi tutte le operazioni, in una pluralità di settori: quali quello bancario, delle telecomunicazioni ed energetico. E tali operazioni hanno appunto favorito, in diverse occasioni, la creazione di imprese europee di grandi dimensioni.

Alcuni precedenti significativi

Ricordo, del resto, che lo stesso ex direttore generale per la concorrenza, Philip Lowe, affermò che la Commissione europea ha sempre favorito la creazione di campioni europei salvaguardando allo stesso tempo la concorrenza e l’efficienza sui mercati. E così, ad esempio, sono state autorizzate operazioni dalle quali sono scaturiti il gigante nucleare AREVA nel 2000, nonché colossi farmaceutici quali Glaxo-Smithkline e Sanofi-Aventis, rispettivamente nel 2000 e nel 2004. In particolare, poi, lo stesso Lowe ha osservato che per raggiungere il livello di scala necessario per competere a livello mondiale, spesso non basta fondersi con i concorrenti più ‘vicini’ – quelli nazionali – ma che vi è bisogno di concentrazioni transfrontaliere. Fusioni come Volvo/Renault o Abbey Bank/BSCH sono altri esempi che dimostrano come il consolidamento transfrontaliero possa essere ‘l’alternativa per le aziende europee che vogliano raggiungere un livello di scala necessario per competere più efficacemente a livello internazionale.

Questo è ciò che sembra stia accadendo anche oggi, ad esempio nel settore del trasporto ferroviario. Recentemente, infatti, le compagnie Siemens (tedesca) e Alstom (francese), hanno notificato alla Commissione un progetto di fusione per sfidare ad armi pari la concorrenza extra europea, in particolare asiatica.

Verso una riforma della normativa Ue?

Il susseguirsi di queste operazioni ha dato vita anche a specifici progetti di riforma normativa. 19 Stati membri hanno proposto l’aggiornamento delle norme antitrust dell’UE allo scopo di facilitare l’emergere di giganti industriali europei capaci di affrontare “una concorrenza spietata” da parte degli Stati Uniti e della Cina. La proposta sarà inviata alla Commissione europea dopo le elezioni europee.

Progetti che ritengo senz’altro lodevoli. Ma ritengo altresì – ripeto – che, anche sulla base di una interpretazione ragionevolmente evolutiva del vigente diritto antitrust, si dovrebbe operare quella valutazione potenziale ‘allargata’. In difetto, correremmo il rischio di un risultato paradossale: che l’antitrust europeo, per evitare la creazione di campioni europei ‘troppo grossi’ rispetto all’attuale mercato geografico europeo, faciliti obiettivamente le chances dei grandi gruppi extraeuropei di giungere ad emarginare le imprese europee sia nel mercato globale sia nello stesso mercato europeo. Un po’ trop loin, non vi pare?