“Ricevere la visita di Viktor Orbàn alla Casa Bianca è per me un grande onore” ha detto alle telecamere Donald Trump, avendo il suo ospite accanto. Onore di cui, a loro tempo, scelsero di privarsi i suoi predecessori – non solo l’odiato Barack Obama, ma anche il repubblicano George W. Bush. Si dirà che queste sono normali cortesie diplomatiche quando ci sono al momento importanti interessi strategici convergenti ed è bene assicurarsi la fedeltà di un piccolo alleato nella NATO, coltivandone la vanità con le lodi del leader dell’alleanza. Sempre successo.

Solo che non sembra esservi poi tutta questa convergenza strategica tra Budapest e Washington. L’Ungheria, insieme alla Polonia e agli altri paesi dell’Europa orientale, costituisce un’area di riferimento occidentale della “nuova via della seta” promossa da Pechino, ora affiancata dall’Italia del governo Conte. Questi, però, finora ha firmato con Xi Jinping solo un Memorandum of understanding, peraltro oggetto di esplicite critiche da parte dell’amministrazione Trump.

E, a differenza in questo caso della Polonia, l’Ungheria coltiva rapporti privilegiati con la Russia, tanto che si è parlato di un “asse Putin-Orban” in occasione del loro incontro alla fine dello scorso anno, seguito dalla decisione di Mosca di spostare nella capitale magiara la sede della sua Banca per gli investimenti. Ora la Russia resta pur sempre l’avversario di riferimento potenziale della detta Alleanza atlantica, tanto quanto la Cina è l’avversario di riferimento attuale di una “guerra commerciale”, che adombra una più ampia rivalità geopolitica fra Washington e Pechino.

Le affinità tra Trump  e Orban

Le affinità nel duo seduto davanti al caminetto della Casa Bianca sono in realtà di visione politica, di interpretazione del metodo democratico. “Orban è un Trump prima di Trump” disse a suo tempo Steve Bannon, l’ideologo che scrisse il discorso di investitura del suo Presidente nel gennaio 2017. Rincara ora l’ambasciatore americano a Budapest: “Conosco il Presidente da oltre 25 anni e posso assicurarvi che gli piacerebbe molto godere della situazione di Orbàn qui a casa sua; ma non può”. L’affinità è fra l’amore del leader magiaro per la “democrazia illiberale” e l’odio del leader statunitense per i “checks and balances” fra poteri, maledettamente affermati dalla sua costituzione nazionale. L’affinità è fra il muro da quattro miliardi di dollari contro gli immigrati latinoamericani e la più economica barriera di fili spinati contro chi scappa dalla guerra e dalla fame in Medio Oriente. L’affinità è fra due retoriche contro l’Islam minaccioso e per il cristianesimo minacciato.

Ma c’è dell’altro.  

E sta nei tempi. Come ha sottolineato Edward Luce sul Financial Times, “incontrando l’autocrate ungherese pochi giorni prima delle elezioni europee, Mr Trump ha mandato un chiaro messaggio che lui sta coccolando quei partiti che vogliono minare l’Europa”. Forse non a caso il suo Segretario di stato Pompeo, famoso per un discorso a Bruxelles contro l’integrazione nell’UE e contro il multilateralismo in generale, ha cancellato un incontro con la Cancelliera Merkel previsto in contemporanea con la visita del “coccolato” alla Casa Bianca. E certo non a caso Viktor Orbàn, nella sua posizione di “sospeso” dal Partito popolare europeo, è visto dagli osservatori – e da The Donald – come una delle due chiavi di volta dei futuri equilibri nel Parlamento comune dei 28 (ancora) di prossima elezione, equilibri dai quali dipenderà se le mine piazzate sotto l’Unione brilleranno o faranno cilecca.

L’altra chiave di volta abita a casa nostra.