Unione Europea e fatti del Venezuela. Un ulteriore banco di prova per le ambizioni europee in politica estera. Fallito, si dice, e anche a causa dell’opposizione italiana ad ogni posizione comune. 

Ma è davvero così?

Se guardiamo allo stillicidio di dichiarazioni, solo in parte coordinato, di riconoscimento del Presidente Guaidò e alle difficoltà a schierarsi del Parlamento europeo, la risposta alla domanda non può che essere affermativa. Non è stato uno spettacolo incoraggiante. Specie se partiamo dalla constatazione di quanto sia evoluto in quasi quattro secoli, dai tempi del Trattato di Vestfalia, il diritto internazionale. Reso più forte ormai, a condanna dei totalitarismi, dall’affermarsi di quel principio di indignazione della comunità internazionale, che rende comune a tutti l’interesse ad impedire la vessazione dei cittadini da parte dei Governi.
Ad una considerazione più approfondita, tuttavia, a livello europeo la situazione potrebbe risultare almeno in parte differente, non compromessa. Almeno non ancora. Lo sarebbe se bastasse un riconoscimento diplomatico unanime per risolvere una crisi.

C’è molto altro

Intanto, l’esigenza di concepire e sviluppare una serie di iniziative concrete tese a dividere Maduro dai militari: finché questo sostegno non viene fiaccato, la crisi non si risolve, lo stallo perdura e i rischi che la situazione sfugga di mano sono dietro l’angolo. L’Unione, con la sua tradizione diplomatico-giuridica e l’esperienza di gestione delle crisi, potrebbe svolgere un ruolo importante sotto questo profilo, in collaborazione con altri soggetti, globali e regionali, interessati a soluzioni viabili, nel quadro di un apposito gruppo di contatto come quello che si va riunendo. E sarebbe relativamente indifferente, per gli Stati membri che vi partecipassero, essersi o meno schierati apertamente per le parti in conflitto, visto che lo sforzo unitario al quale partecipare sarebbe molto più pratico e mirato.

Vi è poi un’altra partita cruciale, con almeno altrettanto campo libero per un’Unione all’altezza del ruolo al quale ambisce: quella del sostegno materiale al popolo venezuelano, per evitare che anche in caso di cambio di Governo il Venezuela subisca la sorte dei leaders delle primavere arabe. Apparsi quasi d’improvviso con grandi speranze e rapidamente rimasti a corto di sostegno popolare per l’incapacità di gestire le implicazioni socio-economiche delle fasi post dittatoriali.

Sono queste, di diplomazia concreta e non meramente declaratoria, le prove che attendono l’Unione Europea prima di dichiararsi ancora una volta collettivamente sconfitta per la mancata adesione di alcuni. Speriamo che sappia affrontarle.

All’Italia, resta invece comunque un monito da tenere presente per il futuro: nell’Europa di oggi si procederà sempre più frequentemente a geometria variabile, tra chi ci sta e si ritrova in interessi condivisi. Se si trattasse di restare sistematicamente al margine di questo tipo di processi, non si farebbe molta strada. Neanche quando si sostengono cause di per sé giuste, come quella della necessaria regolazione dei flussi migratori o di una crescita economica più solidale e svincolata dai decimali.